giovedì 9 febbraio 2012   ::  

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Il Ju Jitsu

La storia del Ju Jitsu si perde nella leggenda. Tre sono per l'esattezza le leggende sulla sua origine. Ma pare evidente una influenza delle già esistenti arti marziali cinesi e indiane (Kung Fu e Kalaripayat) Il Ju Jitsu si sviluppa e codifica per iscritto nel periodo medievale in Giappone, e diventa l'arte prima dei samurai. Se ne arrivano a contare  ben 160 stili differenti.
In epoca moderna il Ju Jitsu ha grande diffusione in tutto il mondo, e diventa la base della preparazione al combattimento di molte forze speciali ed eserciti. Anche in Italia, da inizio del 900 il Ju Jitsu fa la sua comparsa, aprendo la strada alle arti marziali.

Ju significa "cedevolezza, morbidezza"
Jitsu significa "arte"

Il Ju Jitsu è un'altra arte marziale completa. Si basa sul principio di vincere l'avversario con ogni mezzo, e col minor dispendio di energie. L'armonia e la grazia controllano la forza bruta, e come nel Judo, da esso derivato, la forza e foga dell'avversario vanno sfruttate a proprio favore. La cedevolezza è il principio che contraddistingue il Ju Jitsu, il non opporre resistenze dirette. Le tecniche del Ju Jitsu sono molteplici. (Aikido, Judo, Karate e Kendo). Tutto il combattimento è contemplato. I colpi a distanza, la lotta, le proiezioni e leve, il combattimento a terra e i punti vitali dell'avversario. In alcune scuole l'allenamento a mani nude è affiancato dall'allenamento con le armi classiche del Kobudo. Un'arte completa, ma essenziale al contempo. Dove il combattimento torna lotta per la sopravvivenza.

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La leggenda del salice

Esisteva un tempo, molti secoli fa, un medico di nome Shirobei Akiyama. Egli aveva studiato le tecniche di combattimento del suo tempo, comprese altre tecniche che imparò durante i suoi viaggi in Cina compiuti per studiare la medicina tradizionale e i metodi di rianimazione, senza però ottenere il risultato sperato. Contrariato dal suo insuccesso, per cento giorni si ritirò in meditazione nel tempio di Daifazu a pregare il dio Tayunin affinché potesse migliorare.
Accadde che un giorno, durante un' abbondante nevicata, osservò che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti che erano così rimasti spogli. Lo sguardo gli si posò allora su un albero che era rimasto intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere riprendendo subito la primitiva posizione.
Questo fatto impressionò molto il bravo medico, che intuendo l'importanza del principio della non resistenza lo applicò alle tecniche che stava studiando.

 

Chi in cento battaglie riporta cento vittorie, non è il più abile in assoluto. Chi non dà nemmeno battaglia, e sottomette le truppe dell'avversario, è il più abile in assoluto. Sun-tzu, "L'arte della guerra"

 

Le arti marziali non sono pratiche violente, ma difensiviste. Non bisogna infatti agire attaccando, ma semplicemente adattare la nostra azione a quella dell'avversario.
Un buon guerriero non è bellicoso.
Un buon combattente non è collerico.
Un buon vincitore non dà battaglia.

La morbidezza e la cedevolezza sono qualità essenziali nella pratica delle arti marziali. Non bisogna infatti opporsi alla forza dell'avversario, ma bisogna utilizzare la sua forza per batterlo.
Fra due combattenti vince colui che cede.

Nelle arti marziali è messa in evidenza l'importanza di non sottovalutare il proprio avversario.
Non c'è disgrazia più grande di prendere alla leggera il proprio avversario;
se faccio così rischio di perdere i miei tesori.

L'umiltà deve essere una delle virtù fondamentali di un capo.
Un buon comandante è un uomo umile.

 

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